P. Attilio Carminati

 P. Attilio Carminati

P. Attilio Carminati

Nato a Brembate Sotto il 3 ottobre 1921.
Prima professione: il 29 settembre 1940.
Ordinazione presbiterale: il 1 luglio 1947.
Deceduto a Roma il 4 febbraio 2008.

OMELIA DELL’ARCIVESCOVO S.E. MONS. FERNANDO FILONI 
sostituto della Segreteria di Stato

Eccellenze Reverendissime, Reverendissimo Padre Generale, Reverendi Padri Dehoniani,

cari fratelli e sorelle!

La parola di Dio che abbiamo ascoltato illumina i nostri cuori in questa liturgia eucaristica, che offriamo in suffragio del nostro amato Padre Attilio Carminati. E lui stesso, con la sua bella testimonianza, ci aiuta a meglio comprendere e accogliere questa Parola.

Le Letture bibliche che sono state scelte per questa celebrazione ci parlano dell’amore di Dio quale sorgente inesauribile di speranza. “Le misericordie del Signore non sono finite, / non è esaurita la sua compassione” (Lam 3,22). Così si esprime l’autore delle Lamentazioni. Il testo selezionato è come un’oasi consolante in mezzo a un deserto di lamenti. Noi facciamo costantemente 1′ esperienza del limite. Tutto ciò che ci circonda è limitato, passa e finisce. Non solo, ma la vita è segnata dalla miseria materiale e morale, che prostra l’uomo e lo mette a dura prova. Eppure tutto ciò non fa che evidenziare il desiderio di vita che portiamo scritto nel nostro essere, e che ha bisogno di un riferimento indefettibile, di un àncora sicura e salda. Questo è Dio: il suo amore è come la luce: si rinnova ogni mattina. “Grande è la sua fedeltà” (Lam 3,23). Chi conosce Dio, sente il cuore trasalire di gioia, perché in Lui trova corrispondenza il nostro essere più profondo e autentico, la nostra intima nostalgia di vita eterna. Nell’animo di un giovane questo può spingere a lasciare tutto, per dedicarsi a Dio: “Mia parte è il Signore – esclama ancora l’autore biblico – / per questo in lui voglio sperare” (Lam 3,24). Così accadde a Padre Attilio, quando lasciò la sua terra bergamasca per entrare in noviziato con i Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù. Da allora la sua vita è stata “nascosta con Cristo in Dio” (Col 3,3). Piena di eternità. “Salvata nella speranza”.

La stupenda preghiera dell’apostolo Paolo, che conclude la prima parte della Lettera agli Efesini, è uno dei testi fondamentali per la spiritualità dehoniana. In questa preghiera la santissima Trinità è invocata dall’Apostolo per i credenti, affinché siano “potentemente rafforzati nell’uomo interiore”, il Cristo abiti nei loro cuori ed essi possano comprendere le dimensioni del suo amore, conoscerlo ed essere ricolmi della pienezza di Dio (cfr Ef 3,14-19).“Questa è la vita eterna – scrive l’evangelista Giovanni riferendo la preghiera di Gesù al termine dell’Ultima Cena -: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3). La preghiera di Gesù per coloro che il Padre gli ha dato, trova un fedele riscontro in quella di Paolo per i cristiani di Efeso.

E’ grazie a questa preghiera di Cristo che continua incessante nella Chiesa che fioriscono e crescono in ogni generazione uomini e donne di Dio, robuste personalità spirituali, come quella di Padre Carminati. In lui la grazia non è stata vana, ma lo ha “radicato e fondato nella carità” (Ef 3,17). La carità è diventata la forma di tutta la sua vita, spesa in un servizio nascosto compiuto con dedizione e precisione con uno stile che lasciava trasparire la nobiltà del suo animo, la statura del suo uomo interiore, maturata nell’ascesi personale ed esercitata nella costante attenzione al prossimo.

Uomo discreto e riservato ma molto servizievole e premuroso, Padre Attilio è stato in Segreteria di Stato – per ben 52 anni! – una presenza molto importante, offrendo la sua testimonianza umile, operosa e cordiale. In questi ultimi tempi era ritornato ad offrire la sua preziosa esperienza, e per tutti è stata una gioia rivederlo nei corridoi attigui alla Terza Loggia, con il suo solito stile distinto e gentile. Nessuno, neppure lui, poteva immaginare che la sua ora fosse così vicina, anche se, pur nelle piccole cose, si mostrava consapevole e disponibile alla venuta del Signore. “Tenetevi pronti”, disse Gesù. E aggiunse: Beato quel servo che il padrone al suo ritorno troverà vigilante e operoso (cfr Mt 24,42-47). Ecco, Padre Attilio ha avuto la grazia ma anche il merito di rimanere attivo fino alla fine, tanto che la sua improvvisa dipartita ci ha lasciato tutti increduli.

“Rimanere”: questo verbo è particolarmente caro al “discepolo che Gesù amava” perché esprime la prima e principale caratteristica del discepolo: egli è colui che rimane unito al Maestro, rimane nel suo amore e perciò può portare molto frutto. Ai suoi apostoli, riuniti per l’Ultima Cena, Gesù lasciò l’immagine della vite e dei tralci per imprimere nelle loro menti turbate la necessità di non separarsi mai da Lui. E poi, nella parte del discorso proclamata poco fa, esce dalla parabola e parla chiaramente dell’amore del Padre, e del suo che lo spinge a dare la vita per loro. “Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamato amici” (Gv 15,15). Così è stato Padre Carminati, come autentico amico del Signore Gesù, sacerdote esemplare, formato alla scuola del Cuore di Cristo, che nel silenzio e nel nascondimento non cessa di operare a lode e gloria di Dio e per il bene del prossimo. Fedele e perseverante, egli ha portato frutto e il suo frutto rimane (cfr Gv 15,16), non solo nel lavoro compiuto, ma soprattutto nell’edificazione delle persone e nel rendimento di grazie, che si eleva a Dio da parte di tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e di lavorare con lui.

Sua Santità Benedetto XVI mi ha incaricato di assicurare la Sua partecipazione al cordoglio della Famiglia dehoniana e della comunità parrocchiale, e mentre assicura un particolare ricordo nella preghiera per il compianto Padre Attilio, partecipa la Sua Benedizione a tutti voi che vi siete riuniti in preghiera per lui. E vorrei concludere la nostra meditazione proprio riferendomi ad alcune espressioni dell’Enciclica Spe salvi, con cui il Santo Padre ci ha parlato in modo toccante della vita eterna. “Che cos’è, in realtà, la “vita”? E che cosa significa veramente “eternità”? – si domanda il Santo Padre (n. 11). E risponde che ci è dato di presagire che 1′ eternità è “il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità … l’immergersi nell’oceano dell’infinito amore, nel quale il tempo non esiste più” e noi siamo “semplicemente sopraffatti dalla gioia” (n. 12). Questa profonda riflessione che il nostro amato Papa ci ha donato, oggi la sentiamo diventare in noi preghiera per il nostro fratello defunto, perché possa immergersi pienamente con Cristo in Dio. Maria, Madre della Speranza, da lui teneramente amata, lo accolga nella compagnia dei Santi, e presenti la sua vita ricca di frutti di bene al Padre, perché lo ammetta a godere per sempre la luce del suo volto.

Grazie Padre Attilio per il tuo esempio. Grazie per la tua vita spesa per Cristo e la sua Chiesa.


UN RICORDO DI MONS. DIVO ZADI

Vescovo di Civita Castellana

Civita Castellana, 14 febbraio 2008

IN RICORDO DI UNA AMICO

Ritengo mio preciso dovere dare una testimonianza di affetto, di amicizia e di riconoscenza a P. Attilio Carminati, sacerdote dehoniano, recentemente scomparso.

Lo incontrai la prima volta quando presi servizio in Segreteria di Stato, nel lontano gennaio 1964. Provenivo dalla mia terra toscana, dopo essere stato parroco di due parrocchie diverse, nella mia diocesi di origine di Chiusi e Pienza.

Salire alla “terza loggia”, varcare la soglia di quell’Ufficio, fornito di porta blindata, incontrare un Monsignore Capo Ufficio, che era un monumento, apparentemente burbero ed esigente, ma che aveva il cuore di un bambino, non era facile per me, quasi intimorito, per non dire disorientato. Il ticchettio delle macchine da scrivere, la schedatura delle pratiche, i colleghi che ti guardavano con curiosità o con sospetto, quasi a dire… “ma questo che vuole”; l’Ufficio Archivio che riceveva carte a non finire, con la catalogazione di ognuna, mi incuteva timore e pensavo davvero che sarebbe stato difficile per me inserirmi in quell’ambiente.

Tra tutti i colleghi di Ufficio il sentimento mi portò a guardare quel sacerdote laborioso, umile, silenzioso che era P. Attilio Carminati, al quale mi rivolgevo per ogni difficoltà che incontravo. Non potevo scegliere di meglio; la sua pazienza con me non aveva limiti. In poche parole diventò il mio vero maestro.

Poi i rapporti di amicizia crebbero ogni giorno di più e ho lavorato con lui per venticinque anni e tre mesi: dal 1 gennaio 1964 al 31 marzo 1989.

La nostra amicizia è stata vera e autentica, mai appannata da contrasti o dissensi. Quando divenni responsabile dell’Ufficio, pretesi che colui che era stato mio maestro diventasse il mio Vice Capo Ufficio e quando il 10 marzo 1989 fui nominato Vescovo di Civita Castellana, formulai ai Superiori la richiesta che il nuovo responsabile dell’Ufficio fosse P. Attilio Carminati: la domanda fu subito saggiamente accolta.

Ma aldilà dei nostri rapporti di lavoro, 1’amicizia ci portava ad una comunanza di sentimenti che hanno segnato la mia e la sua vita.

L’amicizia per P. Attilio mi ha portato a conoscere la cara Comunità dei Padri dehoniani della Basilica di Cristo Re. Figure di sacerdoti zelanti, simpatici, esemplari.

Scelsi la Basilica di Cristo Re per la mia ordinazione episcopale, per rispetto e per l’amicizia di P. Attilio e dei suoi confratelli. Come dimenticare quel pomeriggio dell’8 aprile 1989?

I rapporti e gli incontri continuarono anche dopo aver lasciato il servizio in Segreteria di Stato. E’ stato mio ospite più volte qui a Civita Castellana.

Un particolare: le prime volte che lo invitavo a venire con me, quando mi recavo con la mamma in Toscana, rifiutava sempre l’invito, era quasi disturbato del mio pedante invito. Una volta che accettò, fu tanto contento che, nelle cosiddette feste infrasettimanali, quando il calendario vaticano lo consentiva, era lui a sollecitarmi ad uscir fuori. E di chilometri, in tante suggestive località e santuari, ne abbiamo fatti!

Per il suo 25° di sacerdozio, come regalo, lo portai a La Verna – Camaldoli – Monte Oliveto Maggiore – Pienza: ne fu felice. Di quei giorni trascorsi insieme ne parlava spesso. Ogni tanto veniva volentieri con noi anche il buon P. Serafino. Ho avuto il dono d’incontrare un uomo di Dio, un sacerdote fedele e santo.

Ho ammirato il suo amore a Cristo, l’attaccamento alla sua Congregazione, la fedeltà al Papa e alla Chiesa. Era un uomo di preghiera, ligio anche agli impegni del ministero pastorale in Parrocchia. Scrupoloso e retto nell’osservanza dei suoi voti religiosi. Mi ha sempre colpito la sua coerenza nel consegnare, ogni mese, all’Economo della sua Comunità, lo stipendio che riceveva dalla Santa Sede.

La riservatezza era una sua peculiare caratteristica e, con la riservatezza, l’umiltà dei modi lo rendeva nobile nel trattare con tutti.

Entrato in Segreteria di Stato nel 1950, quando era Sostituto Mons. Giovanni Battista Montini; alcuni anni fa è andato in pensione, ma ultimamente era stato richiamato in Ufficio per la sistemazione di fondi archivistici molto importanti, e so che questo suo rientro in luogo a lui familiare, per averci vissuto e lavorato per oltre cinquant’anni, lo rese contento.

Quando la domenica sera del 3 febbraio mi chiamò al telefono l’altro caro amico, P. Angelo Arrighini, dicendomi che P. Attilio era gravissimo, fui colto da un senso di smarrimento e di dolore.

Con P. Attilio ci eravamo sentiti per telefono qualche giorno prima, lo ringraziai degli auguri inviatimi per il mio compleanno il 25 gennaio: era sempre il primo a ricordarsi date e avvenimenti; anche in questo era impeccabile e commuoveva per la sua premura.

Poi è giunto i1 suo dies natalis. La Fede ci deve sostenere e, pur nel dolore e nello smarrimento, ci consola la certezza di aver un altro protettore in cielo.

Devo essere grato ai Padri Dehoniani di Cristo Re che, con tratto di vera amicizia, vollero che fossi io a dare la benedizione alla salma, prima che si chiudesse la bara.

L’incontro con i nipoti del defunto, particolarmente con don Giancarlo, a1 quale anch’io nel giorno della sua ordinazione sacerdotale nella Cattedrale di Bergamo, imposi le mani, mi riportò indietro negli anni e rividi in un attimo tutti i familiari di P. Attilio, ai quali era tanto legato.

Rinnovo alla famiglia, ai confratelli PP. Dehoniani, le più sentite condoglianze, ma uniti dalla Fede crediamo fermamente che il caro e indimenticabile P. Attilio ora è nella felicità eterna.

Con la sua naturale discrezione saprà ottenere dal Cuore di Gesù, per l’intercessione della Madonna, misericordia e consolazione per tutti noi che gli abbiamo voluto bene.

Ringrazio il Signore per avermelo fatto incontrare: la stima, 1’amicizia, i rapporti sereni, il bene da lui ricevuto, sono un patrimonio che rimane intatto anche dopo la morte.

P. Attilio, un saluto caro e affettuoso, come eravamo soliti scambiarci, quando eri tra noi!

+ Divo Zadi, Vescovo


 INTERVENTO DI P. PIERINO CAVAZZA

Eminenza Reverendissima, eccellentissimi Vescovi, sacerdoti del Signore, popolo santo di Dio, fratelli e sorelle,

grazie a nome della nostra famiglia religiosa, del fratello, delle sorelle e dei parenti tutti di p. Attilio, per la vostra presenza, la vostra preghiera, segno della stima ed amicizia che nutrite per lui. Sacerdote umile, riservato, la sua presenza diffondeva serenità e fiducia a quanti incontrava.

Voi tutti lo conoscete, ma la maggior parte del bene che ha realizzato, rimane nascosto nel segreto di Dio per il quale egli operava.

Nato a Brembate di Bergamo nel 1921, primo di quattro fratelli, ricevette dai genitori e dall’esempio della sua parrocchia una fede sicura, un’educazione al dovere, all’onestà, al rispetto degli altri.

Entrato nella scuola apostolica dei Sacerdoti del S. Cuore, fondata dal venerabile p. Leone Dehon, ha emesso i voti nel 1940. Fece gli studi a Bologna e fu consacrato sacerdote nel 1947.

La sua vita: 61 anni di sacerdozio, 69 di vita religiosa, 52 a servizio della Segreteria di Stato.

Giovane prete, scelto quale segretario dal superiore provinciale di allora, suscitò ammirazione e rispetto per le doti che possedeva: fedeltà, scrupolosità nel dovere, discrezione e silenzio su quanto operava e sapeva.

Discepolo di p. Dehon, è stato per noi tutti esempio per la fedeltà con cui viveva ogni giorno il carisma dell’Istituto.

La nostra Regola di Vita così recita: “Quali discepoli di p. Dehon, vorremmo fare dell’unione a Cristo nel suo amore per il Padre e per gli uomini, il principio e il centro della nostra vita”. P. Attilio ha vissuto con intensità l’unione a Cristo così come aveva imparato fin dal noviziato.

Aperto allo spirito del Concilio Vaticano II, conservava però le sane tradizioni dell’Istituto: la fedeltà alla preghiera, l’adorazione eucaristica, il vivere in comunione ai misteri di Cristo (l’Incarnazione, la Passione…), una tenera amicizia al Cuore di Gesù vivente nell’Eucaristia.

Nella nostra chiesa curava con precisione e fedeltà la liturgia, il decoro della casa di Dio. Ammirevole il suo modo di celebrare, l’attenzione alle minime prescrizioni liturgiche, la diligenza con cui compilava, con quella sua grafia nitida e leggibile, i registri parrocchiali.

Dal 1950 per 52 anni in Segreteria di Stato ha vissuto nel servizio gioioso e tanto apprezzato il suo amore a Cristo, servendo la Chiesa e il Papa. In questi ultimi mesi, segno della stima che si era acquistato, gli fu richiesto di ritornare nell’antico ufficio per dare un aiuto. L’accolse con gioia, lo eseguì a perfezione fino a tre giorni fa quando la salute lo abbandonò improvvisamente.

Caratterista di P. Attilio: il silenzio su di sé e su quanto operava. Solo la sua morte ha rivelato che era stato nominato cavaliere della Repubblica.

Cari fratelli e sorelle, mentre salutiamo il P. Attilio, benediciamo il Padre, il Figlio e lo Spirito per avercelo donato. Lo affidiamo al Cuore di Gesù, che egli ha sempre cercato, alla Vergine Maria, che ha tanto amato. È morto stringendo fra le mani la corona del rosario, mentre tentava di portarla alle labbra per baciarla.

Al Padre, al Figlio e allo Spirito, sia lode e onore nei secoli dei secoli. Amen.


OMELIA DEL SUPERIORE PROVINCIALE
a Brembate

Introduzione

Siamo qui per dare l’ultimo saluto a p. Attilio Carminati che ci ha lasciati in forma così repentina.

Dopo la grande liturgia funebre celebrata nella basilica di Cristo Re in Roma martedì sera – questa seconda liturgia al suo paese natale.

A Roma la celebrazione ha avuto anche un’intonazione ufficiale. Erano presenti il card. Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, 1’arcivescovo Mons. Fernando Filoni sostituto della Segreteria di Stato, che ha presieduto la celebrazione; gli arcivescovi mons. Carlo Maria Viganò, nunzio apostolico, mons. Paolo Sardi, vice camerlengo; i vescovi mons. Divo Zadi, vescovo emerito di Civita Castellana, mons. Gianfranco Girotti, segretario della Penitenzieria apostolica. Inoltre hanno concelebrato l’eucaristia mons. Gianfranco Carminati – nipote di p. Attilio – e p. José Ornelas Carvalho superiore generale dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù.

Qui a Brembate, la celebrazione assume il tono di famiglia, della sua parrocchia, dell’intimità che è tipica della situazione in cui tutti si conoscono. Così l’affetto nutre la fede; e la fede dà all’affetto quella portata più grande che è tipica del nostro cattolicesimo dal suo carattere popolare.

Ho scelto come brano evangelico di questo funerale la parabola dei talenti perché mi pare descriva bene la vita di p. Attilio. “Vieni servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità sul molto: entra nella gioia del tuo Signore!” (Mt 25)

Mi sono subito venute in mente queste parole, appena ho saputo che p. Attilio era spirato. “Vieni servo buono e fedele…”. In questi due aggettivi “buono e fedele”, che dicono la qualità del cuore e della perseveranza, mi pare sia espressa la vita di p. Attilio.

“Vieni servo buono e fedele”

La prima chiamata, quella alla vita, l’ha ricevuta il 3 ottobre 1921. È qui a Brembate che è nato da Ambrogio e Maria Caglioni. E subito, due giorni dopo la seconda chiamata, quella della fede cristiana: qui è stato battezzato il 5 ottobre e qui ha avuto la grazia di crescere in una famiglia cristiana. A 8 anni ha ricevuto la cresima; e il dono dello Spirito è stato fecondo in lui.

Oggi, guardando alla sua lunga e fedele vita, possiamo ben dire che è stato docile all’azione dello Spirito Santo, collaborando a che dentro di lui crescessero non solo i germi della vita cristiana, ma anche quelli della vita religiosa e presbiterale.

A 12 anni la terza chiamata, quella alla vita religiosa. E lui, servo buono e fedele, si rende disponibile. Entra nella scuola apostolica S. Cuore di Albino, dove compie gli studi ginnasiali dal 1933 al 1939.

Generoso nella vita di preghiera, nello studio, pronto a tutti gli impegni di vita comunitaria, arriva al noviziato che fa ad Albisola Superiore (SV), presso il santuario della Madonna della Pace. Lì, il 29 settembre 1940 si consacra al Cuore di Gesù con i voti di castità, povertà e obbedienza. È religioso, sacerdote del Sacro Cuore di Gesù.

La sua vita di studio prosegue regolare e fedele. Il liceo e la teologia li fa negli anni della guerra, in forma un po’ tribolata, perché la comunità in cui è inserito deve peregrinare in diversi luoghi: Castelfranco di Sotto, Castiglione dei Pepoli, Albino e infine Bologna dove, il primo luglio 1947, viene ordinato sacerdote.

È la quarta chiamata che riceve; e lui, servo buono e fedele, è pronto al servizio presbiterale che gli viene richiesto.

Per tre anni, dal 1947 al 1950, fa da segretario del p. Provinciale, p. Lorenzo Ceresoli. E poi a Roma, presso la parrocchia di Cristo Re, dove è rimasto fino alla sua morte.

A Roma, il 21 giugno 1950, è chiamato a lavorare in Vaticano, addetto alla Segreteria di Stato, seconda Sezione Archivio.

Nel 1989 Giovanni Paolo II lo nomina Addetto alla Segreteria di Stato con incarico di Archivista. Un lavoro svolto con la massima dedizione, nella fedeltà e discrezione, nulla cercando per sé, ma tutto dedito al servizio della chiesa. Chi lo incontrava, lo trovava sorridente, disponibile, amabile.

Negli ultimi anni ha potuto dedicarsi alla comunità e alla parrocchia, sempre con il suo stile inconfondibile e la presenza discreta di chi mai rifugge il lavoro o le incombenze delle varie richieste che gli venivano fatte. Ultimamente era stato richiamato in Segreteria di Stato. Così in forma esplicita, ha dedicato al sevizio della Chiesa anche nei suoi ultimi giorni.

Infine l’ultima chiamata, quella decisiva: “Vieni servo buono e fedele … entra nella gioia del tuo Signore”. Era lunedì 4 febbraio 2008, alle 10 del mattino.

E lui ancora una volta ha ripetuto il suo “Eccomi, io vengo, o mio Dio, per fare la tua volontà”.

La volontà di Dio – lo sappiamo bene – è che noi entriamo nell’eternità per partecipare alla sua vita per sempre, dove la gioia di Dio riempie il nostro cuore; l’unione a Gesù dona la pienezza della vita, la vivacità dello Spirito Santo ci mette in relazione con tutti.

A dire la sua discrezione e la sua umiltà, un episodio molto significativo. Nel 1993 gli è stata conferita l’onorificenza di Cavaliere Ufficiale della Repubblica Italiana. Non ne ha fatto parola con nessuno. Così ne scrive, anni dopo, nel settembre del 1998:

Reverendissimo padre (Paolo Gazzotti),
approfitto dell’aggiornamento della scheda biografica per allegarvi la concessione di una onorificenza (Cavaliere Ufficiale della Repubblica Italiana) che mi è stata conferita già nel 1993, in occasione della visita ufficiale in Vaticano del Presidente Scalfaro. A consuetudine che in occasione della visita ufficiale di un Capo di Stato ci sia uno scambio di onorificenze. In quella occasione i miei Superiori, rompendo una prassi che ha sempre escluso i religiosi, hanno voluto inserire anche il sottoscritto nell’elenco dei fortunati.

Da parte mia nessun merito; ogni onore e merito va all’Istituto SCJ dal quale ho avuto tutto e al quale devo tutto. Per questo non ne ho fatto parola ad alcuno; nessuno quindi lo sa e desidero che nessuno lo sappia, ma tutto rimanga sepolto nell’Archivio della Provincia, alla quale doverosamente lascio e desidero lasciare questa onorificenza a titolo di sincera e profonda riconoscenza. In attesa della occasione per consegnare le relative insegne e diplomi, rinnovo a Lei la mia stima e i miei più sinceri ossequi,
p. Attilio Carminati, scj

Ecco, vi ho parlato di p. Attilio, della sua vita, della sua dedizione al servizio della chiesa presso il Vaticano, del suo amore al Papa.

Ve ne ho parlato per dire l’itinerario semplice e fedele della sua dedizione. E ciò rimane d’esempio e di provocazione per noi. Ve ne ho parlato per dire che è possibile, e in maniera molto significativa, essere cristiani, religiosi e sacerdoti. Ve ne ho parlato perché possiamo insieme ringraziare il Signore dei doni a lui elargiti e del bene da lui fatto. Ve ne ho parlato perché più intensa diventi la nostra preghiera di suffragio. Sì, tutti siamo chiamati da Dio nella sua bontà, e tutti siamo salvati da lui, nella sua misericordia. Per questo siamo qui per la nostra preghiera di suffragio. Il dono più grande per i defunti è la santa messa. La stiamo offrendo per p. Attilio, la offriremo ancora chiedendo al Dio della misericordia di accoglierlo tra le sue braccia, di riempirlo del suo amore, di collocarlo accanto al Cuore di Gesù, cui si è dedicato, alla Vergine Santa, a p. Dehon e a tutti i nostri santi.