Vittorio Bachelet

lapide per Vittorio Bachelet 

 

VITTORIO BACHELET

                                        Oggi, 12 febbraio 2012, ricorre il 32° anniversario della tragica morte di Vittorio Bachelet, che, come ha ricordato l’attuale presidente dell’Azione cattolica italiana, Franco Miano, ha avuto «la capacità autenticamente laicale di farsi carico del proprio tempo… in una sapiente lettura del segni dei tempi e in un atteggiamento improntato alla fiducia nell’uomo e nella dimensione salvifica della storia». Non per nulla il vice presidente del Consiglio superiore della magistratura e presidente dell’Azione cattolica italiana dal 1964 al 1973, era solito dire che «questo nostro tempo non è meno ricco di generosità, di bontà, di senso religioso, persino di santità, di quanto non lo fossero altri tempi passati».

A trentatre anni dall’assassinio Bachelet ci parla ancora

Vittorio Bachelet

Il 12 febbraio di trentatre anni fa un gruppo di fuoco delle Brigate Rosse uccise il professore Vittorio Bachelet all’uscita da una lezione nella facoltà di Scienze Politiche nell’Università di Roma. Gli era accanto Rosi Bindi all’epoca sua sssistente universitaria. L’emozione di questo delitto fu enorme e memorabile fu la preghiera del figlio Giovanni durante i funerali di Stato nella chiesa di san Roberto Bellarmino. Quando fu ucciso, il professore Vittorio Bachelet ricopriva la carica di vice-presidente del Consiglio Superiore della Magistratura alla quale il Parlamento lo elesse il 21 dicembre del 1976.

Bachelet fu il Presidente dell’Azione Cattolica negli anni cruciali del Concilio e del dopo concilio, cioè dal 1964 al 1973. Un lungo periodo di tre mandati (prima dal 1959 era stato vice-presidente) nel quale maturò non senza contrasti la famosa “scelta religiosa”, fissata così nel nuovo Statuto dell’associazione approvato nel 1969. Ma tutte queste sono cose note anche se appartengono ad un passato ormai remoto. Lontano più per il cambiamento della mentalità dominante e degli stili di vita, che non per la fede della quale, essendo propria di ogni persona, non si può dire granché al di là dei numeri che rilevano i segni di una evidente crisi di partecipazione sia dei laici, sia all’interno del clero. L’impressione, però, è che le riflessioni che allora condussero a quella “scelta” e poi l’attenzione all’evoluzione della società e dei costumi, conservino la loro attualità ed anzi oggi molto di più di ieri. Il tempo che ci separa da quella stagione ecclesiale vivace e a tratti anche turbolenta, infatti, non appanna la lucidità di analisi che si sono rivelate di lunga durata. Assai più di altre, magari apparentemente più brillanti, ma che con il trascorreree degli anni soffrono il cambiamento della storia.

Cosa rara, quest’anno l’anniversario della morte di quest’uomo di Chiesa e anche di Stato, cade alla vigilia di elezioni anticipate e per questo mi sembra opportuna la citazione di un passaggio della sua relazione ad un  convegno dell’Azione cattolica nel maggio del 1972, subito dopo le elezioni politiche anche allora anticipata anticipate (per la rpia volta nella storia repubblicana), ripubblicate in un volume dell’Ave all’indomani del suo assassinio.

“Io vorrei qui solo ricordare come il Concilio abbia raccomandato di fare una chiara distinzione tra le azioni che i fedeli, individualmente o in gruppo compiono in proprio nome, guidati dalla coscienza cristiana, e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa in comunione con i loro pastori (Gaudium et Spes, 76)

La Chiesa è infatti impastata nella storia, ma deve difendersi a ogni stagione dalla tentazione di confondersi con la società civile (oggi – dico io – citata in senso inverso). Pur essendo radicata nel cuore di ogni generazione, la Chiesa tanto più contribuisce alla trasformazione dell’umanità, quanto maggiore sarà l’autenticità del suo annuncio evangelico. Esperta in umanità, essa può avere una funzione profetica in ordine a momenti o valori essenziali della vita dell’umanità; ma il suo compito essenziale rimane quello di rispondere al bisogno che c’è nel cuore di ogni uomo di incontrarsi con Dio che salva”.

In una dichiarazione del febbraio di quell’anno Bachelet, allora Presidente dell’Azione Cattolica, inoltre, affermò che. “Nessuno può oggi pensare che l’Ac sia o voglia essere uno strumento elettorale; la scelta religiosa che ha fatto e il suo diretto vincolo con la gerarchia escludono la sua partecipazione alla competizone elettorale, anche se naturalmente i suoi soci, come tutti i cristiani, come tutti i cittadini, vi sono impegnati in pieno. L’associazione da parte sua, ha il compito, anche in questo caso, di aiutare i soci e tutti i cristiani a vivere questa esperienza da cristiani, cioè responsabilmente, costruttivamente, alla luce dei fondamentali valori umani e cristiani che essi sono chiamati a realizzare in sé e nella società di cui sono corresponsabili”.

Sarò pure banale dirlo, ma non si può negare che queste parole hanno conservata intatta la loro attualità. Per questo ricordare Vittorio Bachelet non è un fatto rituale, ma un’opportunità per vivere consapevolmente i tanti impegni non solo della fede, ma anche della cittadinanza. Insomma un patrimonio ideale da tenersi stretto e da non abbandonare.

Testimone di Speranza: Bachelet

Pubblicato da Giorgio De Stefanis

Testimone di Speranza: Bachelet

di Gianni Borsa
Il Cenacolo maggio 2010

Vittorio Bachelet, lungimirante presidente dell’Azione Cattolica, giurista e cristiano di fede profonda, ricordato nel trentennale della morte avvenuta per opera delle Brigate rosse.

“Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà perché sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta,sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri”

UN TESTIMONE DI SPERANZA,UN CONCRETO PROFETA dell’infinito,ma anche un martire laico, spesosi per il bene del suo paese :Vittorio Bachelet, presidente dell’Azione cattolica italiana fra gli anni Sessanta e Settanta, giurista, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, ucciso dalle Brigate rosse il 12 febbraio 1980, è stato recentemente commemorato, nel trentesimo della scomparsa, in varie occasioni e sedi, a testimonianza del fatto che la sua vita ha incrociato tante strade, è stata spesa in molteplici direzioni, ha portato – e porta – frutti in ambito sociopolitico, culturale ed ecclesiale.

LE TAPPE DELLA VITA

Ma chi era Vittorio Bachelet? Nato a Roma nel 1926 in una famiglia molto numerosa, sin da piccolo è indirizzato allo studio, alla fede, alla vita parrocchiale e comunitaria (già nel 1934 è iscritto tra i fanciulli di AC); si iscrive, dopo il liceo, alla facoltà di Giurisprudenza e frequenta la Fuci, federazione universitaria cattolica. Si laurea nel 1947 con una tesi su I rapporti fra lo Stato e le organizzazioni sindacali.

Resta in università prima come assistente e poi come docente di materie giuridiche. Nel 1950 diviene redattore capo e, anni dopo, vicedirettore di Civitas, rivista di studi politici. Negli anni Cinquanta svolge incarichi presso il Comitato italiano per la ricostruzione e alla Cassa per il Mezzogiorno.

Nel 1951 si sposa con Maria Teresa De Januario: dal matrimonio nasceranno due figli, Maria Grazia e Giovanni. Nel ’57 consegue la libera docenza in Diritto amministrativo e in Istituzioni di diritto pubblico, materie che insegnerà a Pavia, Trieste e infine a Roma.

Due anni più tardi, dopo un lungo e spesso nascosto impegno associativo, è nominato da Giovanni XXIII vicepresidente dell’Azione cattolica italiana; assumerà la guida della più grande associazione laicale italiana nel 1964, accompagnandola negli anni del Concilio Vaticano II e del post-Concilio, portando l’AC al nuovo Statuto, alla nuova organizzazione interna e alla cosiddetta “scelta religiosa”.

Nel ’73 chiude il suo incarico come presidente ed è chiamato a svolgere ulteriori servizi ecclesiali nella Commissione pontificia per la famiglia e nella Commissione italiana Justitia et Pax. Nel 1974 diventa docente ordinario di Diritto pubblico dell’economia presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università di Roma La Sapienza. Due anni dopo è eletto consigliere comunale della Democrazia cristiana a Roma e, pochi mesi dopo, viene scelto quale vicepresidente del Csm, organo di auto governo della magistratura.

Quattro anni più tardi, in un’Italia segnata dal terrorismo, viene freddato a colpi di pistola dalle Br al termine di una lezione universitaria alla Sapienza.

IL PROFILO DI UN CRISTIANO

Ma le scarne note biografiche, pur necessarie per collocare Bachelet nel suo tempo e negli ambienti che frequentò e in cui operò con passione, non ci raccontano la sua fede profonda, la devozione alla famiglia, l’impegno ecclesiale, la ricerca e l’insegnamento accademico, l’azione nelle istituzioni pubbliche.

Non ci dicono che il presidente dell’AC e il fine giurista era anche un uomo buono, sorridente, umile, schivo, coraggioso … Ecco allora che occorre ripercorrere alcune testimonianze raccolte sulla sua figura, per comprenderne almeno gli aspetti più significativi.

In questo senso risultano utili gli interventi tenuti nei giorni attorno alla ricorrenza della morte (celebrazioni eucaristiche, convegni, conferenze), i volumi dedicati alla sua figura (pubblicati soprattutto dalla casa editrice Ave), gli articoli apparsi su giornali e riviste di ogni tipo (con particolare riferimento al dossier apparso sulla rivista Segno dell’AC nazionale).

Le prime parole da ricordare sono quelle di Franco Miano, attuale presidente dell’Azione cattolica. Il quale, nella prefazione del volume Vittorio Bachelet testimone della speranza (Ave, 2010), ricorda una frase di Bachelet pronunciata a un incontro di dirigenti associativi nel 1971: «Noi dobbiamo essere in questa società inquieta e incerta, e in questa Chiesa che faticosamente segue i piani del Signore, una forza di speranza e perciò una forza positiva capace di costruire nel presente per l’avvenire».

Miano aggiunge: «In queste poche parole si trova anche riassunto un intero programma di vita, una regola esigente ch’egli seppe incarnare e promuovere in tanti anni di servizio all’interno della più grande associazione cattolica italiana, e che identificò attraverso scelte precise un’intera generazione di credenti: essere radicati appieno, e senza distinzioni, nella realtà sociale del proprio tempo, assumendone totalmente le incertezze e le tensioni; accogliere come dono l’appartenenza alla comunità ecclesiale; operare nella speranza, ovvero costruire non per pur leciti interessi momentanei, ma col respiro grande di chi desidera investire nel futuro, di chi non si ferma alle questioni minute e forse per questo più evidenti, ma scommette su valori solidi (quali l’educazione, il dialogo, il rispetto per l’altro, l’onestà) e su prospettive non effimere, dotate di senso, e proprio per questo radicate nel domani».

Per Miano è «urgente tradurre nel concreto delle nostre comunità,attraverso progetti educativi e scelte pastorali,lo slancio riformatore dentro la Chiesa ch’egli sperimentò negli anni complessi del post Concilio».E conclude:«Vittorio Bachelet non può essere consegnato al passato,né noi abbiamo alcuna intenzione di farlo;commemorarne la vita,il profilo spirituale e le virtù civili,significa soprattutto provare a collocarlo nel cuore del nostro quotidiano operare,perché la sua profezia di infinito,condivisa allora con tanti altri uomini e donne,divenga fondamento del nostro modo di essere,di credere,di servire».

FEDELTA’,PASSIONE,DIALOGO

Dal canto suo Luca Diliberto,uno dei più accreditati studiosi di Bachelet, afferma(Segno,2/2010)che la morte del giurista cattolico,«incontrata in pieno giorno nei corridoi dell’università in cui insegnava come docente di Diritto pubblico dell’economia,non può essere seriamente affrontata senza riferirsi a una vita intera che ha molto da raccontarci anche oggi,a trent’anni esatti da quegli avvenimenti»Diliberto segnala ad esempio, a proposito del giovane Bachelet, la «personalità capace di spingersi oltre la mediocrità del tempo, di ricercare riferimenti formativi solidi in un contesto confuso e cattivo, ovvero il tratto terminale del regime fascista; soprattutto la volontà di sbilanciarsi per una fede solida, una spiritualità esigente, che matura a poco a poco dentro una vocazione laicale desiderata, e non subita».

Negli scritti successivi, invece, si evidenzia «una passione per il proprio tempo, nei tentativi di dialogare con tutti, anche con quanti ideologicamente parevano molto lontani dal suo mondo vitale, nella richiesta di una ricostruzione del paese che non fosse frutto di compromessi tra pochi, o di una politica capace di interpretare anche i bisogni dei più deboli; e gli è chiara la necessità di tenere distinta l’azione della Chiesa e l’azione nella politica, tanto da temere un uso strumentale della religione a fini politici».

CONCILIO E “SCELTA RELIGIOSA”

Vittorio Bachelet giunge dunque alla testa dell’AC quando la associazione, che allora contava oltre tre milioni di iscritti ed era stata sino a quel punto l’unico strumento formativo per intere generazioni di credenti, fece i conti con le novità del Concilio Vaticano II, il cui messaggio domandava alla Chiesa un profondo rinnovamento.

Egli «comprese dunque che occorreva un impegno a tutto campo, e non semplici aggiustamenti, per ridisegnare i presupposti teorici e le forme strutturali dell’Azione cattolica». I percorsi «entro cui la guidò – sono sempre parole di Diliberto – furono essenzialmente due: accoglienza senza sconti del messaggio conciliare (riassunta nello slogan Attuare il Concilio nel nostro tempo) e rimessa in discussione dei metodi e delle strutture, divenute nei decenni precedenti numerosissime. Punto di svolta, la riscrittura dello Statuto (approvato nel 1969) attraverso un coinvolgimento di responsabili a ogni livello, ma in particolare chiamando a fare esperienza dello stile conciliare i dirigenti locali».

Ed ecco un chiarimento essenziale da parte del biografo. «Il frutto più significativo di quell’epoca fu l’elaborazione di un modello di vita credente concretizzato in quella che allora si chiamò scelta religiosa: con essa l’Azione cattolica offriva ai laici, a ragazzi, giovani, adulti, famiglie, l’ideale di una fede capace di incontrare il proprio tempo, di amarlo profondamente, il profilo di una formazione non generica o arruffata, ma seria e costante, soprattutto nel rimando alle Scritture e al magistero più avanzato della Chiesa».

UN’EREDITÀ CHE PORTA FRUTTO

Una volta assunto l’incarico di vicepresidente del Csm, Bachelet si lancia – da vero, preparato e fedele “servitore dello Stato” – nella nuova avventura, sapendo di essere esposto al rischio della vita in una fase in cui politici, funzionari pubblici, magistrati, poliziotti, giornalisti, cadono vittime del terrorismo di diverso colore “politico”. Quando, il 12 febbraio 1980, i brigatisti lo raggiungono e lo uccidono sulle scale dell’università, mentre sta discutendo con l’assistente Rosy Bindi, Bachelet è senza scorta, nonostante fosse già scampato a un attentato.

Le più alte cariche dello Stato, i tanti amici, i soci di AC, i suoi studenti, il Paese intero si fermano a contemplare il sacrificio di quest’uomo colto ma “semplice”, noto per gli incarichi ricoperti eppure schivo e affabile.

I funerali, celebrati due giorni dopo in forma ufficiale, sono segnati da una frase pronunciata dal figlio Giovanni che a suo modo riepiloga la vita di Bachelet: «vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri».

Diliberto osserva: «Da allora, il suo insegnamento e la sua vicenda non cessano di produrre frutto, di orientare la vita di tanti, di rappresentare un’eredità feconda per la Chiesa e per l’Italia».

di Gianni Borsa

Il Cenacolo maggio 2010

PER CONOSCERLO ATTRAVERSO LE SUE PAROLE

Per conoscere più da vicino la figura di Bachelet (al quale fra l’altro sono intitolati istituti culturali, associazioni, aule ministeriali, scuole, strade e piazze) esistono oggi diversi strumenti: libri, articoli, dvd, siti internet ne ripropongono la vita, il pensiero, gli scritti e i discorsi … Alcuni brani scritti di suo pugno possono effettivamente aiutare a comprenderne lo stile, oltre che alcuni “punti fermi” della ricca personalità.

 CATTOLICI E IMPEGNO POLITICO

«Il torto maggiore, forse, di una mentalità ancora purtroppo diffusa è di credere che solo la vita individuale consente la realizzazione di una moralità profonda e di una vera ispirazione cristiana, mentre nella vita sociale e pubblica, la palma non può essere che dei mestatori, di coloro che sono disposti a ogni compromesso con la propria coscienza, cui è concessa l’adulazione e la diffamazione, la menzogna, la vendetta, lo sfruttamento a propri fini di masse ingenue dietro miti diversi, la sete di denaro e di potere. E non si crede quasi – provate a chiederlo anche a tanti cattolici convinti – che nella vita sociale e politica vi può essere chi sappia riuscire mantenendo non solo la purezza di cuore, ma persino quella retta intenzione che ogni azione offre alla gloria di Dio prima ancora che al servizio degli uomini». (1953)

 L’AZIONE CATTOLICA: PER AMARE DIO E GLI UOMINI

«L’Azione cattolica vorrebbe aiutare gli italiani ad amare Dio e ad amare gli uomini. Essa vorrebbe essere un semplice strumento attraverso il quale i cattolici italiani siano aiutati a vivere integralmente e responsabilmente la vita della Chiesa; e insieme a vivere con pieno rispettoso impegno cristiano la vita della comunità temporale e della convivenza civile. L’Azione cattolica, nel clima del Concilio ecumenico Vaticano secondo, e sotto la guida di Paolo VI, che ad essa ha rinnovato la fiducia del supremo magistero della Chiesa, cercherà la forza più pura delle sue tradizioni per rinnovare se stessa e per servire sempre meglio la Chiesa e la società». (1964)

 IL CONCILIO,UN PICCOLO SEME DI SENAPE

«Ora noi, guardando nella nostra coscienza e ponendoci di fronte a Dio, prendiamo oggi solenne impegno – ciascuno per suo conto e noi tutti insieme – di dare generoso assenso e pronto adempimento all’insegnamento e all’indirizzo del Concilio, a tutto l’insegnamento e l’indirizzo del Concilio: con prontezza, con generosità, con coraggio apostolico, con fedeltà, con equilibrio, con la necessaria gradualità, in umiltà di spirito e con responsabilità di iniziativa, in unione e sotto la guida di coloro che lo Spirito Santo ha posto a reggere la Chiesa di Dio. Certo noi sappiamo bene che le ricchezze del Concilio sono tali (. .. ) che i semi del Concilio potranno fruttificare attraverso decenni e secoli, secondo il ritmo del piccolo seme di senape che è il simbolo della crescita della Chiesa. Ma non è questa una ragione buona per tardare nell’impegno di attuazione; anzi, al contrario, motivo di più per metterci subito a disposizione del piano di Dio per la sua Chiesa e per la salvezza del mondo, che – come sappiamo – conta misteriosamente anche sulla nostra minuscola collaborazione per attuare i suoi disegni di salvezza». (1966)

 LA LEGGE DELL’AMORE

«È questo un punto essenziale: la nuova legge cristiana dell’amore e della speranza è infinitamente libera e misericordiosa, ma proprio per questo più esigente. La rettitudine del cuore, la purezza dello spirito e perciò del corpo, la carità verso i fratelli, la povertà, il disinteresse, la generosità, la fame e sete di giustizia sono i frutti dello Spirito di Dio presente in noi, fragili vasi di creta. Ma neanche in noi il seme porterà frutto senza macerazione e morte. La legge cristiana dell’amore e della speranza passa inevitabilmente attraverso la via della Croce». (1971)